Un’altra democrazia è possibile

Il sondaggio che pubblichiamo in questa prima pagina per l’autorevolezza dell’Istituto di ricerca che l’ha condotto, la convergenza con altre fonti demoscopiche e con le reiterate dichiarazioni di partiti, corpi intermedi, associazioni di categoria e di una vasta opinione pubblica mostra al di là di ogni ragionevole dubbio che la maggioranza degli italiani – esattamente il 52 per cento – vuole che l’esperienza di Mario Draghi alla guida del governo continui. Ed è plausibile che tra quel 18 per cento che invece lo vorrebbe presidente della Presidente della Repubblica, alcuni immaginino che dal Quirinale Draghi avrebbe più potere e un potere più duraturo.

L’apprezzamento per la persona c’era già prima che diventasse presidente del consiglio ma da oggi il favore popolare per il modo con cui sta governando sappiamo che senso comune e buon senso possono far pace e agire in sintonia. Sarebbe prova di inutile zelo fingere che non esistano quelli che vorrebbero Draghi al Quirinale pur di porre fine all’unità nazionale e correre a elezioni anticipate. Giorgia Meloni ha proposto a Enrico Letta lo scambio: eleggiamo Draghi presidente della Repubblica e subito dopo votiamo. Brava a esaltarsi in un comizio di neofascisti spagnoli urlando “Io sono donna, sono madre, sono italiana” Meloni dimentica che il Capo dello Stato non può sciogliere il Parlamento contro la volontà della maggioranza. Poi ci sono i 5 Stelle e Goffredo Bettini che l’arrivo di Draghi, un tecnico, l’hanno bollato come un vulnus alla democrazia parlamentare, un golpe ordito da poteri forti italiani e stranieri. Eppure sono gli stessi che hanno disprezzato il Parlamento, tagliato, amputato e addirittura vorrebbero privare gli eletti della libertà di voto sopprimendo il principio costituzionale secondo cui essi parlano e votano “senza vincolo di mandato” cioè in nome della nazione e non del loro partito. 

Tra i refrattari a Draghi spiccano i nomadi cantori della Costituzione più bella del mondo. Indifferenti allo scempio fattone dai 5 Stelle sentono il bisogno di inventare regole inesistenti per delegittimare il governo Draghi e restaurare quella partitocrazia che è stata il loro avversario al tempo in cui c’erano partiti veri. Secondo costoro l’anomalia del governo Draghi è scritta nella sua genesi e nella sua natura estranee ai circuiti partitici. Secondo la Costituzione i partiti concorrono alla formazione della volontà popolare il che esclude che ne abbiano il monopolio. Per la formazione del governo la Costituzione prevede che sia il Presidente della Repubblica a conferire l’incarico a chi – parlamentare o non – considera il più idoneo. L’incaricato, se ritiene di poter contare su una maggioranza parlamentare, riferisce al Presidente che decide se inviarlo alle Camere per ottenerne la fiducia. I partiti non sono menzionati, la Costituzione non prevede altro dunque ogni aggiunta è apocrifa e abusiva. Oltretutto i risultati conseguiti da Draghi e la popolarità di cui gode dipendono in larga misura proprio dal fatto di essere e anche di apparire indipendente dai partiti, dal loro plauso come dalle loro pretese. Questa è la democrazia in senso formale e sostanziale e ciò spiega anche la reazione di Draghi quando presentandosi al Senato respinse l’interpretazione che dipingeva il suo governo come conseguenza di “un fallimento della politica”.  Gli sviluppi della sua azione e il largo consenso di cui gode dimostrano semmai il contrario e cioè che quella in corso è una riabilitazione e una riqualificazione della politica, della sua funzione e dei suoi scopi: fare quel che si deve – whatever it takes – qualunque cosa ciò richieda.   

Guardiamo adesso quel che è successo appena il centro della scena politica è stato rioccupato dai partiti. Il rumore delle loro polemiche è risultato più fastidioso di sempre perché più stridente con il desiderio di serietà, di concretezza, di spirito collaborativo incarnato dal governo Draghi e dalla maggioranza di unità nazionale che lo sostiene. La diserzione – mai così numerosa – ai seggi delle elezioni comunali ha colpito soprattutto i 5 Stelle e la Lega. Molti commentatori ne ha visto la causa nella pochezza dei candidati della destra, nelle mosse ballerine di Salvini, nelle divisioni interne al centro destra rese ancor più esplicite da Giorgia Meloni che all’indomani del voto anziché riflettere sulla comune sconfitta ha rivendicato il sorpasso sulla Lega. Le cause di cui si parla non sono fantasie, ma una sconfitta di tali proporzioni non si spiega senza un sommovimento dell’opinione pubblica. Certo, la caduta dei 5 Stelle comincia con la subalternità a Salvini e la prova della loro impreparazione a governare. Lo stesso Conte finché da presidente del Consiglio è apparso super partes e impegnato a contrastare la pandemia ha goduto di grande popolarità, invece, da quando, diventato presidente del suo partito si è immerso nei dissidi interni e nelle mediazioni tra l’ala governista e quella più identitaria ha perso il contatto con la gente. Diversamente Letta, Berlusconi, Calenda dotati di un profilo più serio e responsabile da quando sono apparsi i più fervidi sostenitori di Draghi e della stabilità politica sono stati premiati dagli elettori. 

Non è difficile capire: all’ appuntamento col voto comunale hanno prevalso quanti hanno condiviso l’impegno a proseguire la strada intrapresa per chiudere l’emergenza sanitaria e accelerare la ricostruzione economica. Hanno vinto i candidati più preparati e perciò più in sintonia col nuovo clima politico. L’uniformità dei risultati – la vittoria di un centro sinistra allargato – suggerisce che a orientare il voto è stato innanzitutto il fattore nazionale e non quello locale. Le scelte tardive dei candidati fatte da Salvini, da Meloni e dai 5 Stelle hanno aggravato un contesto già sfavorevole propiziato dai loro comportamenti. Una nota a parte merita la circostanza che nessuno dei candidati sindaci abbia fatto dell’ambiente, dell’ecologia, della grande conversione o transizione verso città sostenibili la sua battaglia, il suo emblema, il suo programma. Eppure, in tutto il mondo, la priorità è questa; eppure si votava nelle maggiori città dunque nelle aree più minacciate dal surriscaldamento. Eppure gli investimenti in ecologia sono la quota maggiore dei finanziamenti europei destinati all’Italia. Invece, alla prima prova del dopo pandemia lo spazio pubblico è stato sequestrato dall’eterna messinscena. Scadute ideologie come un tempo si faceva con i vecchi cappotti sono state rivoltate per scaldare elettori distratti, scontenti, indifferenti a un copione stanco, stremati da troppe repliche sempre eguali, sempre più posticce e più inutili. A intorbidare le acque non sono mancate inchieste giudiziarie e scandali giornalistici. Destra e sinistra, fascismo e antifascismo, manipoli squadristi, strumentalizzazioni, rigurgiti e tic. Anche questo ha concorso all’astensione di più di metà degli aventi diritto al voto. Il record dice una verità chiarissima: a mancare non è la domanda è l’offerta politica. 

Eppure i partiti o quel che ne resta se appena appena avessero rispetto almeno di se stessi, qualcosa di importante, qualcosa di veramente, intensamente, supremamente politico di cui occuparsi ce l’hanno sotto gli occhi ed è proprio la condizione della nostra democrazia. Alludo alle conseguenze del taglio dei parlamentari. Se non si fa nulla alle prossime elezioni eleggeremo una Camera e un Senato assolutamente identici nella base elettorale e nelle funzioni e già questa è un’assurdità, ma all’assurdità si aggiungerebbe l’aberrazione di un Senato di soli 200 membri non in grado di garantire la rappresentanza delle regioni più piccole (il che è manifestamente anti costituzionale) e tale da cancellare i partiti minori e spesso anche quelli medi. Ebbene, ventisei senatori e deputati di molti gruppi diversi, l’Avanti! e costituzionalisti come Enzo Cheli, Sabino Cassese, Beniamino Caravita, Andrea Manzella, Francesco Clementi hanno lanciato una proposta chiara e semplice, per tutti benefica e a nessuno nociva. Una proposta che unisce anziché dividere, avanzata nell’esclusivo interesse della nazione potrebbe tale da meritare  l’unanimità dei voti necessari a una revisione costituzionale tante volte e vanamente evocata. Anziché due Camere l’una di 400 l’altra di 200 membri, due Camere separate ma identiche che ripetono lo stesso lavoro, costruiamo un Parlamento unito, unifichiamo le due camere in unica assemblea di 600 membri. Una riforma simile rafforzerebbe la democrazia rappresentativa, renderebbe più rapido il lavoro legislativo e consentirebbe al Parlamento di assolvere ai suoi doveri legislativi e di controllo del Governo e delle pubbliche amministrazioni. Una decisione come questa segnerebbe il riscatto della politica. Accompagnata dall’ istituzionalizzazione della Conferenza paritaria tra Stato, Regioni, Autonomie locali dove risolvere gli endemici conflitti tra organi dello Stato la riforma garantirebbe un riequilibrio dell’intero sistema politico.

Se lo spirito repubblicano e l’unità nazionale che pur tra tante frizioni distinguono questa fase politica prevalesse si potrebbe por mano per tempo anche a una legge elettorale degna di un paese civile, una legge a doppio turno: il primo turno proporzionale a garanzia della rappresentanza, il secondo in forma di ballottaggio per assicurare governabilità e stabilità.