Il socialismo liberale, da Rosselli a Craxi: per tutti libertà e pieni diritti

Dal libro “L’Antipatico. Craxi e la Grande coalizione”

La democrazia economica non è semplicemente distribuzione della ricchezza, ma partecipazione dei lavoratori alla sua produzione

l Socialismo Liberale di Craxi comincia a prendere forma già nel periodo milanese, anche se lo proclamerà parecchi anni più tardi. Nella relazione letta al Comitato centrale, la prima da segretario di partito, nel novembre del 1975, le parole “socialismo liberale” erano nel testo ma non furono pronunciate nel timore di suscitare un vespaio.

Il effetti era già una grande novità parlare di socialismo democratico e di socialdemocrazia europea definizioni e riferimenti politici estranei al PSI di Nenni, per non dire di de Martino e di lombardi che pure venivano dall’esperienza rosse liana di giustizia e libertà.

Pochi anni erano trascorsi dall’ultima scissione tra socialisti e socialdemocratici che da parte del PSI era stata spiegata aldilà delle divergenze politiche e delle rivalità personali con l’inconciliabilità per dirla con Francesco de Martino, tra la coscienza del socialismo che comporta il superamento del capitalismo e il compromesso socialdemocratico che vi si accomoda”.

Paradossalmente per Grazie per la cultura socialista si rivelerà meno difficile percorrere negli anni ‘80 la strada del revisionismo evocando un filone di pensiero minoritario e però originale e intatto perché non praticato, un’idea non solo italiana, che aveva per padre è un eroe martire e per Vangelo il suo libro più bello e più innovativo.

Socialismo liberale di Carlo Rosselli ruota attorno a un’intuizione geniale, quella secondo cui il socialismo non è il nemico del liberalismo ma il suo continuatore più vero e più coerente perché vuole estendere a tutti le libertà e la pienezza dei diritti fino ad allora riservati alle élites.

Il socialismo erede che restituisce al liberalismo il suo significato originario di movimento progressista, di sinistra, sottraendolo alle angustie, agli egoismi, alla pochezza intellettuale morale di chi lo aveva ridotto all’apologia della proprietà, a un meccanismo economico, a un’idea buona solo per i ricchi. La stessa operazione di rescue and recovery (salvataggio e ripristino) Rosselli la conduce sul socialismo liberandolo dai dogmi marxisti dall’ossessione classista e dalle illusioni della violenza rivoluzionaria levatrice della Statolatria E di un paradiso non del proletariato, ma della miseria di tutta la società.

Rosselli è un benestante imprenditore e un intellettuale fiorentino, nato in una famiglia affettivamente e culturalmente mazziniana (Mazzini morirà in casa dei suoceri di Carlo del fratello Nello a Pisa chiusa la parentesi dunque un patriota diventato socialista perché nel riformismo, nelle sue conquiste e nelle sue opere accolto lo sviluppo moderno del principio cooperativo alternativo al principio marxista della lotta di classe. Uomo di cultura moderna, europea e di vaste relazioni anche internazionali, incontrò più volte i laburisti inglesi, partecipò a un congresso delle Trade Union e volle conoscere John Maynard Keynes.

Del grande economista condivideva le diagnosi e le terapie per superare la grande crisi del 29 la recessione e la disoccupazione di massa generata dalla irresponsabile speculazione finanziaria che travolse con Wall Street i mercati di capitali e l’economia mondiale.

Il contesto politico in cui si svolge il colloquio e quello della recente rottura dell’alleanza lib-lab della quali liberali e laburisti si rinfacciano la responsabilità. Cerchiamo di immaginare sulle tracce dello storico inglese Richard Newbury, cosa Keynes e Rosselli potrebbero essersi detti in quella circostanza:

R. “Caro Keynes lei propugna un vasto piano di interventi pubblici finanziati anche in deficit. Lei è un liberale ma queste sembrano misure di tipo laburista o socialista”.

K. “Caro Rosselli le risponderò con un’altra domanda, la stessa che ho posto ai suoi e ai miei amici del Labour. Di quali socialisti parliamo? Dei custodi di una scaduta ideologia o degli eredi dell’eterno liberalismo?”. Ci piace pensare che socialismo liberale sia la risposta di Rosselli a quella domanda di Keynes.

Già nel 26 accompagnato da un giovanissimo Sandro Pertini e dal futuro primo presidente di sinistra dell’Italia liberata Ferruccio Parri, Rosselli programma e attua la liberazione di Filippo turati dalla prigionia di cui di fatto è costretto in patria.

L’obiettivo e di portarlo a Parigi perché possa da uomo libero spendere la propria autorità per mettere pace tra gli antifascisti fuoriusciti. Detto-fatto. Rosselli Pertini e Parri con a bordo turati infagottato in una coperta guidano per 17 ore anche con il buio pesto un motoscafo che da Savona raggiunge la Corsica. Qui si separano, l’anziano leader con nuovi compagni prosegue il viaggio per la Francia. I tre vengono arrestati appena sbarcati in Italia.

Quando Craxi raccontava questa storia si eccitava e si commuoveva come un ragazzo: “Pensa chi c’era in quel motoscafo: il padre del socialismo italiano, il futuro presidente del consiglio è un futuro presidente della Repubblica e a guidarli Carlo Rosselli il più moderno e il più lungimirante”. Sempre nel ‘26 per rianimare la lotta antifascista Rosselli con Pietro Nenni dà vita a una rivista socialista di cultura politica “Quarto Stato” cui collaborano anche Lelio Basso, Giuseppe Saragat, Rodolfo Morandi.

La rivista muove dall’idea che il proletariato o “Quarto Stato” ha ormai la maturità necessaria per assumere i compiti di una classe portatrice degli interessi collettivi. Per Nenni il proletariato è maggioranza e basta se stesso; per Rosselli il proletariato, perché sia davvero maggioranza e non si faccia deviare dai massimalisti, si deve alleare con l’ala progressista della borghesia.

Così, un po’ per ironia e molto per onestà intellettuale, Nello il fratello più moderato di Carlo che aveva aderito all’Unione democratica del liberale Giovanni Amendola, partecipa all’impresa giornalistica, ma si firma “uno del terzo Stato”. Come dire un progressista, un alleato dei socialisti, ma pur sempre un borghese.

Nei primi del Novecento c’era stato un dialogo approdato e cementato da alcune riforme sociali. Giolitti giunse a proporre a turati di assumere il ministero del lavoro. Turati, per non creare divisioni nel PSI, rifiutò.

Nel primo dopo guerra il dialogo riprese ma su altre basi e con altri interlocutori: Gaetano Salvemini, lo stesso Rosselli e Pietro Gobetti sullarivista di quest’ultimo la Rivoluzione Liberale. Gobetti collaborava contemporaneamente anche con l’Ordine Nuovo di Antonio Gramsci, abbagliato dall’illusione che i suoi Consigli operai, una versione torinese dei soviet, fossero non quello che erano cioè uno strumento del partito comunista per conquistare il potere nelle fabbriche, ma quello che sicuramente non è: una forma moderna di “democrazia dal basso”.

Con Craxi convenivamo che il socialismo liberale di Carlo Rosselli, muovendo dal pensiero democratico di Mazzini, aveva fatto proprio l’approccio antidogmatico del socialdemocratico Edward Bernstein.

Questi diffidando del millenarismo degli utopisti e degli estremisti aveva scolpito un’idea: “il fine è nulla, il movimento e tutto”, che aveva iniettato nel corpo della socialdemocrazia il revisionismo come una necessità perenne del socialismo.

Rosselli declinava a modo suo questa necessità attribuendola al dinamismo di chi lotta per progredire: “Non vi è il giorno in cui il Socialismo potrà dirsi realizzato. è un ideale di vita, di azione, immenso, sconfinato, che induce a superare di continuo la posizione acquisita conforme all’elemento dinamico progressista dei ceti inferiori che salgono irresistibilmente”.

Quando Rosselli scrive Socialismo liberale da tempo si è consumata la rottura del socialismo italiano: i massimalisti hanno espulso Turati e i riformisti e questi si sono organizzati in un nuovo partito, il Partito socialista unitario. Rosselli aderì convintamente al PSU, ma senza rinunciare a sottoporre a critica anche il marxismo democratico ed evoluzionista di Turati. Per lui anche in questa variante il marxismo si è rivelato una scaduta ideologia. Scaduta idealmente e nociva politicamente come si era capito dal comportamento dei comunisti e dei massimalisti di fronte all’avanzata di Mussolini.

I comunisti non capivano o non volevano capire che fascismo doveva essere combattuto in quanto dittatura, dunque il nome della libertà e non per imporre un’altra dittatura di segno posto, a parole quella del proletariato, di fatto quella del partito. Ma c’è di più: sei seguaci di Lenin avevano salutato il fascismo come una rottura benefica che spazzando via il sistema politico borghese avrebbe accelerato la crisi del capitalismo, Rosselli, sfidando i comunisti sul terreno della libertà, riapriva la questione di una lotta vera alla dittatura fascista.

Questa lotta aveva bisogno dei giovani, dell’impegno ideale dei singoli e il marxismo leninismo di Stalin con la sua cupa realtà di repressione, parlava solo di “masse indistinte in cui gli uomini liberi scompaiono”.

Palmiro Togliatti liquidò a modo suo Rosselli, accusandolo di smerciare letteratura fascista e perfino Claudio Trevor il più stretto collaboratore di Turati, gli dedicò una critica piuttosto aspra. Anziché scoraggiarsi per queste reazioni Rosselli compì il passo decisivo e traducendo in azione il suo socialismo liberale, creò il movimento politico di Giustizia e Libertà.

Poi venne la guerra civile in Spagna a cui Carlo partecipò con più di 100 volontari di Giustizia Libertà. Quindi arrivò all’ordine di Mussolini, il risultato dell’esecuzione di Carlo e di Nello per mano dei Caoulards, estremisti facinorosi della destra francese prezzolati dall’OVRA. Come sappiamo Craxi conosceva bene il socialismo liberale di Rosselli e non solo dei libri grazie a Virgilio da Nino, che ne era stato allievo e seguace, aveva avuto un accesso personale diretto al suo modo di pensare e di agire e ne aveva tratto delle conseguenze politiche di principio.

La libertà, la democrazia, i diritti individuali e quelli politici sono conquiste fondamentali, costitutive inalienabili. Non si può scambiarle con niente che valga altrettanto e non si possono perdere senza perdere con esse anche le condizioni e le premesse per un futuro di giustizia di progresso sociale.

La forma contemporanea del socialismo liberale per Craxi consisteva nell’impegno politico a tutto campo per difendere la democrazia liberale in quanto rappresentativa della sovranità popolare, il pluralismo partitico, lo Stato di diritto, i diritti umani e quelli dei popoli ovunque venissero calpestati negati, elusi. Sul piano economico il socialismo liberale a differenza del socialismo democratico non si occupa solo di come distribuire la ricchezza, ma anche di come promuovere le condizioni che aiutino l’economia produttiva a svilupparla prima.

Primo passo: ridurre la conflittualità sindacale attraverso una migliore organizzazione del lavoro in fabbrica, in ufficio di una sempre più ampia partecipazione dei lavoratori alla responsabilità aziendali. Per Craxi come per Rosselli sviluppo economico ed equilibrio sociale sono meglio garantiti da un sistema produttivo misto, privato e pubblico, cooperativo.

Un sistema toto liberista è un sistema squilibrato in modo eguale e contrario a quello di economia collettivista e statalista. La cooperazione e una moderata conflittualità sociale tra le classi, tra imprenditori e sindacati, fa crescere con il senso di responsabilità di tutti il progresso economico e quello sociale. Viceversa la mancanza di equilibrio sia da parte padronale sia da parte sindacale danneggia entrambi e l’intera società.