Il secolo dell’Asia e il declino occidentale

Adeguarsi ai cambiamenti

Gli interventi su Il Secolo dell’Asia che pubblichiamo in questa  sezione dell’Avanti! di gennaio sono contrappunti al dibattito sul declino dell’Occidente. Un dibattito che non ha fine come non  ha un inizio certo. Grandi religioni sono sorte nell’attesa di un eden originario, grandi civiltà come il Rinascimento e la Riforma  sono sorte recuperando la classicità perduta o ristabilendo come la verità dei Vangeli contro la corruzione papista.

L’idea del tramonto nasce dallo scontento del presente e dalla paura  del futuro; la nostalgia mitizza le origini e le plasma al suo scopo. All’alba del ‘900 Nietzsche argomentò il declino occidentale, rielaborò miti orientali e la teoria dei corsi e dei ricorsi storici di Vico denunciando la fallacia del progresso che  cela il ritorno del sempre uguale, eterno, unico movimento della  storia ciclico come quello del cosmo immutabile.

Pochi anni dopo Oswald Spengler spenderà vent’anni di studi e 1500 pagine per descrivere il tramonto dell’Occidente. Il pubblico gli diede ragione facendo del suo libro un best seller e di uno sconosciuto professore di provincia un filosofo di successo.  Negli ultimi vent’anni la questione da accademica si è fatta attuale e politica nutrita di fatti e di confronti sulla situazione internazionale.

Ha cominciato Fareed Zakaria che scherzando sulle assonanze l’ha formulata nei termini di un Rise of the Rest, una ascesa del resto (del mondo) a petto della decrescita dell’Occidente. A sua volta Amitav Acharya celebre studioso di Singapore ha spiegato il cambiamento come il Gioco dei Giochi  ovvero come insorgenza di Un Mondo Multipolare: non più un sistema eliocentrico ma una galassia.

A sua volta il nostro caro  Bill Emmott polemizza con le risposte sbagliate alla crisi sia di Trump che della Brexit e pensa che l’occidente potrà sopravvivere al cambiamento in corso solo consolidando la democrazia liberale, facendo accedere alla sua tecnologia altri  paesi e solo se le sue leadership assumeranno comportamenti flessibili e da uomini di Stato. Sulla rete è disponibile un interessante dibattito tra Emmott e un eminentissimo politico e ed esperto di relazioni internazionali per quasi vent’anni  ministro degli esteri di Singapore, Kishore Mabubami, autore di un brillante saggio intitolato Has the West lost it? A provocation.  

Il lento declino in termini di economia e di influenza mondiale deriva dal fatto che l’occidente è accecato dalla hubris e ha commesso una serie di errori strategici a cominciare dagli  insani interventi nel mondo islamico – Iraq, Afghanistan – che  arrestandone la crescita si sono rivelati controproducenti al pari del disinteresse per l’Africa.

Secondo Mahbubani il primato occidentale è un fenomeno tutto sommato recente. Fino al 1800 le più grandi economie del mondo erano Cina e India e adesso stanno lentamente riguadagnando le loro posizioni. Lo strapotere occidentale era dunque un’aberrazione che oggi è arrivata al suo termine.

L’occidente non deve considerare la Cina una minaccia alla sua sicurezza deve invece sapersi adeguare a una realtà mutata. Per esempio se vuole evitare  migrazioni di massa deve favorire lo sviluppo in Africa. Già nel 2015 la percentuale dell’economia globale propria dei paesi del  G7 rappresentava il 31,5% dunque inferiore al 36,3% delle sette economie emergenti del Brasile della Russia dell’India della Cina del Sudafrica dell’Indonesia e della Turchia.  

Analogamente, negli ultimi tre decenni i salari reali delle economie occidentali sono rimasti stagnanti mentre la maggior parte dei paesi in Asia e in Africa ha avuto una crescita dei salari, una migliore educazione, un’assistenza sanitaria più adeguata e significativi incrementi nella qualità e nel tenore di vita.

Di qui l’invito del filo occidentale Mabubami: l’occidente deve adeguarsi a questa realtà mutata dando forma a una strategia globale consistente e competitiva. Viceversa le élite occidentali, mentre continuano a incamerare tutti i benefici della globalizzazione ,ma non li estendono alle loro popolazioni costrette a fronteggiare disoccupazione e una marcata caduta del tenore di vita.

Da qui i movimenti di protesta nazionalisti e populisti, risposte fallaci frutto degli errori delle élite occidentali.