Enrico Letta e l’eredità di Zingaretti

Quale eredità Zingaretti lascia in dote a Enrico Letta? Per rendersi conto e misurare le difficoltà che attendono il nuovo leader del PD bisogna ripercorrere gli ultimi due anni. Nell’estate del 2019 Salvini che ha appena ottenuto il 34 per cento alle europee, mette in crisi il governo Conte e reclama elezioni anticipate. I 5 Stelle che alle europee hanno dimezzato i voti sono  spalle al muro, terrorizzati. Renzi, ancora nel PD, teme anche lui il voto anticipato che guasterebbe il suo piano scissionista, perciò spinge per un accordo coi grillini. Zingaretti che all’opposizione aveva recuperato quattro dei tanti punti persi da Renzi è perplesso, ma si lascia convincere.

Corre in soccorso di Di Maio ma, inspiegabilmente, anziché dettare qualche condizione accetta tutte quelle che gli pongono i grillini: presidente lo stesso Conte e lo stesso programma: taglio dei parlamentari e della prescrizione ovvero processi senza scadenza, quota 100 e reddito di cittadinanza intoccabili infine, persino i decreti sicurezza di Salvini che resteranno in vigore per un anno. Ma Zinga passato dal dubbio all’euforia promette niente meno che “la rivoluzione!”e per cominciarla propone ai 5 Stelle un’alleanza strategica. Poi quando Di Maio e i governatori PD – tutti salvo Emiliano – lo smentiscono nega di averne parlato, ma poco dopo rilancia definendo Conte – appena reduce dal governo con Salvini – “un riferimento per tutti i progressisti”. 

Con la pandemia prima negata poi drammatizzata il governo vara i provvedimenti graditi ai 5 Stelle e per il resto si affida alla comunicazione seriale di Conte – più presente in tv di Bruno Vespa e Lilli Gruber messi insieme. Il premier che non governa ma rinvia è abile ad attribuirsi i meriti degli ingenti aiuti europei in verità spronati dal commissario Gentiloni e decisi da Macron e Merkel. Conte è solerte anche nell’accumulare potere nelle proprie mani e in quelle di Arcuri fidato tramite con D’Alema, mentre Goffredo Bettini redivivo ideologo del PD e della coalizione lo innalza, lo celebra, lo adula quale “statista” e insostituibile leader del nuovo fronte progressista. A un certo punto anche Zinga si accorge che qualcosa non va e sembra impuntarsi: “Il governo cambi passo, non si può tirare a campare, il MES è necessario” ma viene dissuaso dall’ineffabile Gualtieri e zittito dallo stesso Conte. Quando poi Renzi apre la crisi e Conte il mercato dei transfughi Zingaretti chiude le porte a Renzi, incita Conte a resistere e si accoda ai ministri dem e al suo vice Orlando che proclamano in tv: “O Conte o elezioni, noi non andremo mai al governo con la Lega, né con Draghi né con Superman”. 

Pochi giorni dopo Mattarella e Draghi formano un governo di unità nazionale con Grillo e Salvini, il PD e Forza Italia. Orlando non batte ciglio felice di tornare ministro con Giorgetti, Molteni e Garavaglia. A completare il fallimento politico di Zingaretti Conte abbandona il ruolo di federatore del centro sinistra e si prepara a fare il capo politico dei 5 Stelle. Con lui alla guida – dicono i sondaggi – i 5 Stelle recupereranno molti voti perduti sottraendoli proprio a quel PD che lo ha messo sull’altare. Tardi, molto tardi anche Zingaretti si è reso conto del disastro combinato, ma anziché chiedere scusa sferra il classico calcio dell’asino. Impegnato a scambiare poltrone tra sottosegretari del PD e assessori dei 5 Stelle cooptati nella sua giunta regionale, Zingaretti dichiara di vergognarsi del suo partito, lo accusa di occuparsi di poltrone in piena pandemia e ribollendo di sdegno si dimette da segretario.

Merita attenzione anche quella parte dell’invettiva zingarettiana destinata a chi non parla nelle riunioni di partito ma all’esterno logora la leadership con critiche e distinguo. Merita attenzione perché nell’era Zingaretti le riunioni del PD di solito sono state convocate, aperte e concluse dalla relazione del segretario senza il fastidio di un dibattito. A memoria non esistono precedenti di un leader di partito che pur disponendo di una larga maggioranza si sia dimesso insultando i suoi sodali. Non essere un leader non è una colpa, lo è fingere di esserlo, fallire nel dimostrarlo e andarsene sputando sul proprio partito.

Certo, Zingaretti a parte, il PD ha colpe e difetti antichi, strutturali, forse congeniti – l’incerta identità, il labile radicamento sociale, il correntismo, il governismo – ma ora e innanzitutto è proprio dalla ingombrante eredità politica di Zingaretti che dovrà diseredarsi. Un’eredità che ha esasperato i tratti negativi dei post-comunisti – “figli di un dio minore” secondo l’auto definizione di D’Alema agli inizi della parabola, e perciò subalterni ai poteri forti dell’economia e della magistratura, ma anche specializzati nel parassitare gli alleati. Disposti a ogni fusione e confusione e però incapaci di proporre al paese una propria idea d’Italia e un proprio leader. Proclivi a inchinarsi a “un papa straniero” – preferibilmente cattolico – salvo poi logorarlo e metterlo da parte come, in modo diverso, accadde con Prodi, con Rutelli, con Renzi, ma non coi populisti e con Conte. 

Ricapitolando: se era comprensibile e giustificata l’alleanza di emergenza con i 5 Stelle per impedire a Salvini di impadronirsi del potere, il modo con il quale Zingaretti ha praticato l’alleanza è semplicemente imperdonabile. Abbia pazienza Bettini: dire le cose come stanno non è mancanza di rispetto è un dovere politico, è spirito repubblicano.

Imperdonabile è stata anche la fredda accoglienza riservata a Mario Draghi. Le riserve malmostose, i patetici rimpianti di com’era bello il governo giallorosso, la pretesa di mettere subito tra parentesi l’unità nazionale per far rivivere quanto prima possibile l’alleanza coi 5 Stelle significa non aver capito che una stagione è finita e un’altra nuova è cominciata. Insistere su un passato molto più ricco di ombre che di luci – per l’Italia e per il PD – può solo propiziare il suicidio strategico previsto dai sondaggi che segnalano un PD in caduta libera tra il 16 e il 14 per cento.

Sentire come più affine, più di sinistra e più riformista il governo Conte rispetto al governo Draghi è prova di immaturità e di cecità. Se questo abbaglio dovesse tradursi nel lesinare al nuovo governo fiducia, sostegno, respiro, durata, se dipingerlo come un governo tecnocratico “spostato a destra” esprime il desiderio di una profezia che si autoavvera siamo di fronte a una forma estrema di quel male della sinistra che Veltroni bollò come “tafazzimo”. 

Se le categorie di destra e di sinistra conservano un significato verificabile nelle parole e dai fatti Mario Draghi è più di sinistra di Giuseppe Conte. Non solo perché l’ex governatore di Banca Italia e della Banca Europea si è definito un socialista liberale e l’ex avvocato si vanta di essere “un sano populista”. Le parole vanno prese sul serio, almeno quelle delle persone serie e il socialismo è certamente di sinistra mentre il populismo che si vuole né di destra né di sinistra è spesso, se non sempre, anche di destra. Ma non si tratta solo di parole.

Le esperienze, le storie, prove di chi ha salvato l’euro e l’Italia dalla bancarotta sono molto diverse da quelle di chi ha governato distribuendo pensioni anticipate, mance, sussidi e giustizialismo a gogò. A meno che questo PD, a differenza di quello delle origini, non consideri la competenza, il merito e la cultura connotati di destra anziché, come in realtà sono, criteri e valori di eguaglianza, sinonimi di progresso e strumenti “dell’ascensore” sociale disponibili per tutti. Anche il governo di Draghi è più di sinistra di quello di Conte. Si teme la presenza di ministri della Lega e di Forza Italia? Ma la loro presenza e il loro peso sono decisamente inferiori a quelli sovrastanti che avevano i 5 Stelle nel gabinetto Conte e oggi sono inferiori per numero e per peso ai ministri del PD, di Leu e ai tecnici notoriamente vicini al PD. Di fatto al ministero del lavoro c’è Orlando al posto della Catalfo: è uno spostamento a destra? Di fatto Brunetta ha appena varato un decreto di riforma della Pubblica Amministrazione con il plauso dei sindacati (e nel silenzio del PD). La concertazione non è più uno stigma di sinistra? Spiace che ci sia un generale a occuparsi di distribuzione di vaccini? Ma la logistica in tutto il mondo e anche in Italia è specialmente radicata proprio nelle competenze dell’esercito. Che cosa muove questo rimprovero? La nostalgia dell’inaffidabile Arcuri? O un repentino ritorno all’antimilitarismo d’antan che fa a pugni con il riconoscimento anche da sinistra al valore dei nostri soldati nelle tante missioni internazionali in cui sono stati e sono impegnati?   

Ha scritto bene sul Riformista Claudio Petruccioli: il PD abbagliato da Conte lo rappresenta come una specie di Allende travolto da un colpo di Stato (di chi? Di Mattarella?). Ora, Zingaretti e Bettini dopo aver  condotto il loro partito in un vicolo cieco si sono dimessi, tuttavia  pretendono di condizionare il nuovo segretario imponendogli di perseverare nel diabolico errore di avvitarsi anima e corpo ai 5 Stelle. Evidentemente per loro l’alleanza è più importante della vita del PD. Infatti è chiaro ed evidente che ogni speranza di ripresa di un PD indebolito e disorientato dipende proprio dal recupero di una piena autonomia ideale, politica e strategica. Autonomia dai 5 Stelle e autonomia dalle estenuanti guerre di corrente.       

Se, come auguro al PD, il futuro sarà guidato da Enrico Letta scommetterei che la sua profonda conoscenza dell’Europa, l’adesione al socialismo europeo e, soprattutto, le prove di serietà che ha già dato lo terranno vicino a Mattarella e a Draghi e a distanza di sicurezza dai populisti e dai trasformisti. La vecchia alleanza è scaduta, il tempo di una nuova verrà e sarà disegnato da come ciascuna forza politica si comporterà da adesso in poi e l’adesso è il tempo dell’unità nazionale per vincere la pandemia e superare al meglio le terribili crisi che ha provocato.