Unire i riformisti

La questione delle alleanze si pone dopo la scelta delle idee guida.

Il riformismo socialista è stato un “riformismo dal basso” che ha portato i lavoratori ad essere protagonisti della democrazia e  a farsi Stato.
L’incontro col riformismo cattolico e col “riformismo dall’alto” dei liberali. 

Se dovessi dire di cosa abbiamo discusso, nella maratona online del 21 marzo “Unire i Riformisti”, sarei in difficoltà e di sicuro non per colpa degli intervenuti.

Scontata la scelta dell’avversario – contrastare il bipopulismo Lega/5Stelle (copyright del direttore de Linkiesta, Christian Rocca) – tutto il resto è rimasto avvolto nella più vaga indeterminatezza come se dichiararsi riformisti fornisse ad un tempo una carta di identità, un programma e un passepartout. 

In particolare, molti hanno trattato il ‘riformismo’, il ‘liberalismo’, la ‘liberaldemocrazia’ come sinonimi, ignari o dimentichi che il riformismo nella storia italiana è un pensiero e un movimento politico e culturale inequivocabilmente socialista che nasce e si afferma in opposizione al socialismo rivoluzionario. A questo “riformismo dal basso” che creò tutto ciò che ancora dura e vale della cosiddetta sinistra e cioè l’associazione, il mutuo sostegno, le cooperative, il sindacato, il partito dei lavoratori, il suffragio universale, si deve l’impresa titanica di aver educato il proletariato, fino ad allora o vittima piegata o ribelle agitato, a farsi autore e protagonista di democrazia, a farsi Stato.

Se è vero che al riformismo dal basso dei socialisti corrispose all’inizio del ‘900 il ”riformismo dall’alto” del governo del liberale Giolitti non va dimenticato che un altro, diverso e autonomo riformismo dal basso fu quello animato dalle correnti più avanzate del cattolicesimo e dalla dottrina sociale della Chiesa, in particolare dall’originale lezione di don Luigi Sturzo. Anche a loro Giolitti tese la mano. 

Eppure solo quarant’anni dopo il riformismo socialista e quello cattolico si incontrarono fornendo la loro esperienza alle migliori stagioni del primo centro sinistra. Coniugando la spinta sindacale con l’azione di governo socialisti e democristiani produssero una ineguagliata mole di riforme: dalla scuola media dell’obbligo alla liberalizzazione degli accessi universitari, allo statuto dei lavoratori, al sistema sanitario pubblico, al decentramento regionale. A tutte questa riforme i liberali italiani si opposero vivacemente, talvolta contestandole con veemenza sicché definire riformisti quei liberali equivarrebbe a ingiuriarli tradendo la loro memoria. Viceversa le stesse riforme vennero promosse e sostenute anche dal PRI di Ugo La Malfa non dimenticato autore di quella programmazione economica che gli procurò l’avversione e il dileggio della Confindustria e del partito liberale. Spettano invece all’iniziativa congiunta dei socialisti, dei liberali e dei radicali – questa volta assenti i repubblicani – le grandi riforme dei diritti civili – divorzio, interruzione legale della gravidanza, diritto di famiglia – e nel 1987 il tentativo di rifondare l’amministrazione della giustizia a partire dalla responsabilità civile dei magistrati – tentativo vittorioso nel referendum popolare ma evirato in Parlamento. 

Se allargassimo lo sguardo all’Europa lo scenario di fondo non muterebbe. 

Le maggiori riforme, la stessa edificazione dello Stato Sociale, la più grande opera di edificazione del XX° secolo – “il secolo socialdemocratico” secondo il liberale Dahrendorf – sono frutto dell’azione del socialismo riformista spesso in alleanza coi liberali progressisti sempre in guerra coi liberali conservatori. 

Viceversa, un riformismo puramente ed esclusivamente liberale o non è mai esistito oppure ha connotato non un movimento progressista ma un movimento conservatore, re-azionario, restauratore dei principi e degli animal spirits del capitalismo: tali furono le politiche di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan. 

Non voglio credere che a quell’esempio si ispirino coloro che hanno aderito all’invito di unire i riformisti, eppure il trasformismo cronico della nostra società politica ci ha già fatto assistere attoniti ai contorcimenti di chi dopo essere stato comunista nei suoi primi quarant’anni oggi sposa senza riserve il più sfrenato liberismo rivelandosi così coerente solo nella pretesa di aver sempre ragione. Di sicuro questo non è il caso di Emma Bonino ispiratrice pochi anni orsono della Rosa nel pugno con i socialisti e di Carlo Calenda il cui partito si richiama esplicitamente al Partito d’Azione erede del Partito Repubblicano e del socialismo liberale di Carlo Rosselli.

Un profilo riformista Matteo Renzi lo rivendicò al PD di cui era leader e al governo che presiedeva. In quella stessa fase Renzi guidò il PD all’approdo nel Partito Socialista Europeo, approdo che sino a quel momento sia Prodi, sia Rutelli, sia Veltroni avevano respinto. In tutta sincerità quello di Renzi più che un riformismo coerente a me è parso un sorta di “cambismo”, un cambiare comunque e a ogni costo senza un chiaro indirizzo, mescolando cose buone come il Jobs Act con altre che buone non erano come gli 80 euro e la congerie di bonus. 

Ora, il nuovo segretario del PD, Enrico Letta, ha definito il nuovo PD come un partito “progressista nei valori, riformista nel metodo, radicale nei comportamenti”. La definizione è piaciuta a Christian Rocca che si è spinto sino a sognare il ritorno nel PD di Bersani, di Renzi e di Calenda salvo poi risentirsi quando Letta ha confermato “l’affascinante avventura” dell’alleanza con i 5 Stelle. Attribuire alle altrui intenzioni i nostri desideri è quasi sempre fonte di delusioni.

Per noi dell’Avanti! la questione delle alleanze si pone in modo diverso. Si pone dopo e non prima della scelta di idee guida, contenuti, obiettivi e programmi. E’ solo arando questo terreno, discutendo cosa fare che si possono unire i riformisti.

Per questo il contributo che offriamo alla discussione tra tutti i riformisti attivi e volenterosi, ovunque si collochino, dal PD a Forza Italia ai Verdi è quello di incalzare il governo Draghi nel tragitto riformatore che di sicuro non sarà completato nei dieci mesi che ci separano dall’elezione del Presidente della Repubblica. Ancor più impegnato sarà il nostro contributo a definire una riforma della Costituzione resa improcrastinabile dal taglio dei parlamentari, a una legge elettorale che garantisca la rappresentanza e la governabilità, a una legge di riforma dei partiti secondo statuti democratici in attuazione della Costituzione. Una convergente azione parlamentare e una campagna di opinione condivisa contribuirebbero concretamente a rigenerare la democrazia repubblicana e sarebbero il miglior viatico a unire i riformisti.

Claudio Martelli