Conte? Solo panna montata che nessuno soffia via…

Giuseppe Conte è diventato presidente del Consiglio per caso, anzi, per sottrazione, visto che a propiziarne l’ascesa sono state proprio le sue lacune di esperienza politica e di meriti particolari. Secondo Machiavelli nelle cose politiche dove manca il valore occorre la fortuna e quella di Conte è stata così sfacciata da farlo designare premier dal Movimento che aveva vinto le elezioni ma del quale non era dirigente e neanche iscritto. La fortuna consistette in questo, che al tavolo dove i 5 Stelle scrivevano il loro programma di governo c’era anche lui. L’aveva portato seco il suo amico Alfonso Bonafede, entrambi avvocati si era fatto accompagnare dal collega più anziano, un poco più esperto di diritto amministrativo per quella parte di programma. Non iscritto, né eletto né candidato al Parlamento – pur ricco di sconosciuti – non essendo nessuno a nessuno poteva far ombra. Sicché, quando Luigi Di Maio, che le elezioni invece le aveva vinte, scontato il rifiuto del PD ancora condizionato da Renzi, fece l’unica cosa possibile, si rivolse all’altro forno cioè alla Lega trovò Salvini pronto, anzi, entusiasta, L’dea di liberarsi di Berlusconi e di coniugare populismo e sovranismo e al diavolo l’Europa era troppo ghiotta, irresistibile. Pose una sola condizione: “Luigi, scegli chi vuoi faremo quel che vuoi – la rivoluzione Luigi! – ma la guida, adesso, non possiamo prenderla né tu né io, i miei non capirebbero, già devo sfasciare il centro destra e tradire le promesse elettorali, Luigi, adesso no, domani chissà … governeremo tutta la legislatura e  anche la prossima, pazienta”.

Di Maio pazientò e si mise a pensare chi scegliere. Come spesso accade procedette per esclusioni: non un politico, fare capo del governo uno dei capetti del Movimento e così crearsi un rivale con le sue mani no e poi no. Un tecnico indipendente? Sfogliò i petali della rosa immaginaria strillata dai giornali o  bisbigliati nei corridoi. Nessuno gli sovvenne abbastanza affidabile da corrispondere alla bisogna. Fu allora che lo folgorò con quella che rimarrà la più audace delle sue intuizioni, il fido Bonafede appena ruotando il capo a indicare al caro Luigi che un servizievole indipendente, un tecnico assolutamente innocuo, ce l’avevano lì bell’e pronto, disponibile, accomodante già anzi accomodato, scodellato al tavolo, il tavolo del programma. Eureka! Trovato! Lui, Conte Giuseppe avvocato e professore sconosciuto ai più ma col profilo così giusto così preciso che manco un algoritmo l’avrebbe scovato. E Salvini al quale per primo Di Maio lo propose, Salvini che la tempra degli uomini sa misurarla al primo sguardo non fece obiezioni. Ignaro pensava “se è subalterno a Di Maio lo sarà anche a me” e insieme si rassicurarono e si congratularono, “Un signor nessuno, non ci farà ombra, come lo creiamo così lo licenziamo”. Al Quirinale dove si temeva di finire in una giostra tra indipendenti satanassi genere Savona e Sapelli allargarono le braccia compunti e sospirosi, e silenziosamente assentirono.

Nei primi mesi Conte non si vergognò di apparire, oltre che di essere, sottoposto ai suoi due vice, anzi, se ne fece un vanto, ne sposò la Weltanshauung ed eleggendo la sua professione legale a missione politica tutto garrulo si presentò al mondo: “Sarò l’avvocato del popolo!”.

Obbedendo felice distribuì pensioni e sussidi come il mago della pioggia, affidandosi a Tria, titolare del Tesoro, per limare gli ictus più folli della sua maggioranza, mentre personalmente curò di imbellettare l’antieuropeismo, l’antiatlantismo e il filoputinismo dei suoi padroncini. Quando si manifestarono contrasti mediò, sfumò, sopì, prendendosi grane e colpe delle gaffe, degli errori e degli orrori dei suoi dante causa.

Col passar del tempo da prono e accomodante come suole un servitore si elevò nel ruolo sino a assomigliare – alla lontana – a un vero maggiordomo con la pochette al posto delle code. Non privo di acume imparò a misurare i suoi dioscuri comandanti, avvocato avvezzo ai garbugli avendo più dimestichezza con le paludi burocratiche, le carte, i dossier, i codici e il galateo istituzionale Conte il discreto prese a manovrare quel che era in sua disponibilità cioè la macchina del Palazzo Chigi osservando come entrambi i suoi due giovin signori capaci di tutto finché si trattava di alzare la voce eran buoni a niente nell’arte di governo.

Già prima che passasse l’anno Conte aveva oscurato il suo primo padrone, Di Maio, ingolfato nel triplo ruolo di capo politico dei rissosi 5 Stelle, di ministro del lavoro e dello sviluppo. Sensibile ai rapporti internazionali approfitta del vuoto incartato in cui si avvolge il quirinalizio Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e lascia trapelare una qualche distanza dall’esuberanza tutta felpe selfies e porti chiusi di Matteo Salvini il quale scalpitante e rintronato già si vedeva coronato di alloro cogliere il trionfo di popolarità conquistata arrestando barconi di disperati.

La svolta vera – il secondo biglietto della lotteria – non fu Conte a provocarla ma lo stesso Salvini a regalargliela. Ebbro del 34 per cento delle europee e dei Mojito consumati al Papetee Matteo secondo replica in peggio Matteo primo: lancia la sfida, apre la crisi di governo, pretende elezioni anticipate che presume e annuncia gli daranno “i pieni poteri”.

E’ Salvini con la sua cieca arroganza a regalare a Conte il primo momento magico da leader

Con ciò stesso offre al PD la possibilità di rientrare in gioco, costringe lo sbigottito Di Maio a aprire gli occhi sulle sue reali intenzioni e regala a Conte la grande occasione, il primo momento magico da leader politico. Alla Camera e al Senato Giuseppe Conte attacca con inusitata durezza Salvini che ha appena annunciato la crisi di governo, ne contesta le mosse, gli dà del voltagabbana si erge a difensore del Parlamento e della continuità della legislatura.

Salvini accusa il colpo e sbanda. Ha capito troppo tardi che per sciogliere le Camere la sua volontà non basta, non bastano i suoi parlamentari e nemmeno quelli della Meloni e di un riluttante Berlusconi. Confuso e furioso  arretra, si rimangia i proclami di rottura e fa la mossa della disperazione: sottobanco offre a Di Maio la guida di un nuovo governo giallo verde. Il deal è un segreto di Pulcinella, in un attimo tutti sanno e Salvini appare un trasformista sin verguenza. Troppo anche per Di Maio che pur tentato, tentenna ma non abbocca. Del resto, ormai, se mai l’ha fatto non guida più il gioco. Conte dietro le linee e Grillo platealmente vogliono la nuova alleanza rossoverde. Il PD, a sua volta, rompe gli indugi ma solo dopo che Matteo Renzi, ancora leader della minoranza interna, con una spettacolare giravolta su stesso – “son Renzi e fò quel che mi giova” – sbarazza il campo di ogni pregiudiziale anti grillina e agitando il  pericolo di consegnare il paese alla destra spalanca le porte ai Cinque Stelle e al salvataggio della legislatura. Ingordo e  previdente Matteo primo vorrebbe dare il benservito insieme a Salvini anche a Conte. Teme la sua influenza crescente sul centro del sistema e considera Di Maio meno pericoloso. Ma il PD che non vede l’ora di tornare al governo ha la bocca buona. Non solo accetta di fare un governo con lo stesso premier che ha governato con Salvini, ma rinuncia anche alla vice presidenza del Consiglio e al Ministero degli Esteri di solito appannaggio del secondo partito di una coalizione. In fretta e furia si confeziona il nuovo governo con diverse pedine fuori posto e titolari di importanti dicasteri che risulterebbero inadeguati in un’amministrazione condominiale.

Senza più vice a condizionarlo Conte diventa  l’incontrastato signore di Palazzo Chigi ogni giorno accrescendo il suo potere e il suo ruolo. Scaltro e camaleontico si fa apprezzare da Macron come da Trump, le cancellerie europee essendo rassicurate dal ritorno del PD al Governo e che l’economia italiana sia in mano a Roberto Gualtieri in cui hanno piena fiducia. Conte è l’uomo che li ha liberati da quel Salvini che preferiva Mosca a Bruxelles, Putin alla Merkel, Orban a Macron e che adorava Trump sebbene questi negasse di aver mai conosciuto quel tizio che si era imbucato in una foto con lui.

All’inizio della nuova esperienza Di Maio, Ministro degli Esteri, non trova di meglio che rivendicare continuità con la precedente linea di governo, difende il fallimentare reddito di cittadinanza – e si può capire – ma anche l’ottusa politica dell’immigrazione e persino la salviniana quota 100 conquistata sulle vette del debito pubblico. Nel programma di governo impone a Zingaretti e Franceschini i voltafaccia sulla prescrizione e sul taglio dei parlamentari mentre respinge le avances del PD che vorrebbe fare del governo nato per caso un’alleanza strategica.

Poi tutto cambia. La pandemia, la paura dei contagi, l’angoscia dei morti, l’emergenza sanitaria, economica, generale urgono e esigono di accorciare la catena di comando, di  concentrare i poteri trascurando i controlli diffusi e i contrappesi di una democrazia parlamentare. Rapide le procedure strette le consegne, nelle emergenze si vede chi comanda. Meno naturale che il Consiglio dei Ministri e la sua responsabilità collegiale vengano sospesi, abdicati dall’assunzione di un esorbitante e anticostituzionale abuso del potere decisionale da parte del Presidente del Consiglio con i suoi decreti autocratici, i famigerati DPCM. Un simile, abnorme, potere autoritativo di imporre restrizioni e regole di comportamento ai cittadini tutti e a tutti i corpi intermedi – partiti, sindacati, associazioni – vietando o comprimendo libertà fondamentali costituzionalmente garantite non ha precedenti nella storia repubblicana e speriamo non abbia né prolungati seguiti né conseguenze più gravi.          

E’ in quel contesto che Conte è venuto assumendo il profilo di unico tutore e di unico depositario di un potere incondizionato proprio altrove a un Trump o a un Macron o di un rivoluzionario comitato di salute pubblica. Con la differenza sostanziale che Conte non appartiene a nessuna di quelle specie e nessun popolo lo ha mai eletto, nemmeno in un Consiglio di Quartiere.

Costituzionalisti in fitta schiera e presidenti emeriti della Corte come Sabino Cassese, Giovanni Maria Flick, Marta Cartabia hanno ripetutamente denunciato l’enormità di atti non previsti dalla Costituzione tali la sospensione di libertà fondamentali e di reiterate e ingiustificate procedure di contestabile urgenza quali l’ossessivo ricorso a DCPM.  

Scorriamo il film di questo progressivo stato di eccezione. Il 9 febbraio, ai primi segnali di pandemia, il Ministero della salute è stato privato delle sue funzioni e di fatto sostituito dai vertici del Dipartimento della Protezione Civile allocato a Palazzo Chigi. Il capo dipartimento, a sua volta, ha istituito un Comitato Tecnico e Scientifico (CTS) “di consulenza e supporto alle attività di coordinamento per il superamento dell’emergenza epidemiologica”. Il numero dei componenti – tecnici ed esperti del Ministero della Salute e della Protezione Civile, professori universitari – inizialmente di 17 è salito poi fin quasi a 30 essendone entrati a far parte anche fisici, chimici, docenti di altre discipline universitarie nonché dirigenti di strutture regionali. Non basta: il 17 marzo Conte sempre con un DCPM (se era così urgente perché ha aspettato più di un mese?) affianca al CTS un “Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e il contrasto dell’emergenza epidemiologica COVID-19” nella persona del dott. Domenico Arcuri. Il detto Arcuri rimanendo Amministratore Delegato di Invitalia è incaricato di reperire rapidamente e in grande quantità mascherine igieniche al momento non rinvenibili però già dichiarate obbligatorie, tamponi per prelievi, camici e ventilatori per il personale sanitario e, successivamente, singolari banchi muniti di rotelle per consentire, si suppone, la deambulazione degli alunni in classe. Il commissario litiga con le regioni, i fornitori, le farmacie che accusa di boicottare le sue iniziative così auto assolvendo la sua incapacità o impotenza a reagire alla penuria di quei beni con l’urgenza che sola motivava la sua nomina.

Tanto non basta a dissuadere Conte dall’affidare al suo beniamino anche l’incarico di organizzare i contratti con le industrie farmaceutiche produttrici dei vaccini anti Covid-19, il loro trasporto in Italia, la loro conservazione in celle frigorifere, la distribuzione e la somministrazione di decine di milioni di fiale e di apposite siringhe.

Di fronte a reiterate e preoccupate denunce e agli inviti, argomentati dall’Avanti! e dalle nostre News letters, di affidare la logistica della più colossale vaccinazione di massa della storia alle Forze Armate, non a un finanziere ma all’unica struttura statale che ha la competenza, i mezzi e il personale anche sanitario per affrontare l’immane compito qualcosa infine sembra muoversi.

Il Ministro della Salute il 3 dicembre, quando questo numero dell’Avanti! sarà in edicola, avrà esposto le linee del piano di vaccinazione in Parlamento. Da quel che si è capito si tratta di un insieme non coordinato di misure. Un vaccino verrà trasportato in Italia dalla stessa casa farmaceutica che l’ha prodotto, la Pfizer, che disporrebbe anche delle celle frigorifere a -75 gradi di temperatura. Arcuri tuttavia deve ancora incontrare i rappresentanti della casa farmaceutica. Il resto è un insieme di misure fondate su disponibilità locali e regionali. Leggiamo che in mancanza di meglio si ipotizza anche la conversione di celle casearie adibite alla conservazione dei formaggi, per tenere al fresco i vaccini. In questo piano pathwork si prevede anche la vaccinazione di 100.000 militari che dovrebbero poi provvedere alla somministrazione dei vaccini.

C’è un altro ambito, oltre alla sanità, prediletto dal Presidente Conte: è l’intelligence, in particolare la cyber security o protezione dei dati sensibili – dei cittadini, dello Stato, delle aziende italiane, una branca nuova e ipersensibile dei servizi segreti. Anche in questo caso Conte privilegia un rapporto personale esclusivo. Si tratta di Gennaro Vecchione, generale della Guardia di Finanza e direttore del DIS. Conte vuole affidargli la Cyber security e pur di promuoverlo non bada alle forme e nemmeno alle leggi. Nottetempo, com’è sua abitudine, in una distratta riunione del Consiglio dei Ministri Conte ne decreta la proroga a capo del DIS, l’organismo che sovraintende i servizi di intelligence esteri e interni ma punta a metterlo a capo della nuova struttura di Cyber Security che dovrebbe assumere la forma di una Fondazione privata. Il singolare progetto evoca un precedente. Anche Renzi ci aveva provato col suo amico e socio Carrai ma  aveva dovuto cedere alle proteste. Il progetto Conte ha l’aggravante di privatizzare una struttura e una funzione che dovrebbero essere assolutamente interne e consustanziali allo Stato proprio per garantire la sicurezza di tutti. Per il momento la manovra è stata stoppata dai parlamentari del Copasir che inorriditi hanno riletto a Vecchione – inopportunamente spedito da Conte a rappresentarlo – gli articoli della legge che prevengono deviazioni dei servizi segreti dai loro ambiti e dai loro compiti.

Last but not least Conte intende accentrare presso di se a Palazzo Chigi anche uomini e procedure che decideranno la destinazione e la distribuzione dei 209 miliardi di fondi europei che l’Europa in parte presterà in parte donerà all’Italia. Ancora una volta l’ex signor nessuno intende procedere costituendo l’ennesima task force composta da 300 consulenti coordinati da sei managers alle sue dirette dipendenze. Assisteremo a una riedizione del caravanserraglio estivo degli Stati Generali? Ministri, Parlamento, Regioni, istituzioni pubbliche e strutture tecniche pubbliche si faranno tutti scavalcare e staranno tutti zitti?

Nella maggioranza serpeggia il malessere e dal PD a Italia Viva allo stesso Movimento cresce il numero di chi protesta e di chi chiede conto di tanta protervia.

A fronte di continui rinvii delle scadenze di programma, a fronte di sonore sconfitte politiche e diplomatiche specie in politica estera – la perdita di influenza in Libia e nel Mediterraneo grida vendetta – a fronte delle gaffe come aver equiparato Trump e Biden e le mancate congratulazione all’eletto, a parte i funambolismi, le improvvisazioni e soprattutto l’ossessiva brama di potere stridono sempre più intollerabili i rinvii, i ritardi, l’impreparazione, l’assenza di una qualunque visione.

La pretesa di difendere la squadra di governo così com’è compresi quattro cinque ministri totalmente inadeguati è insensata e grottesca, lunare il rifiuto a fare un tagliando al governo per registrarne obiettivi e risultati dopo aver ignorato tutti gli allarmi sulla seconda ondata di pandemia che ha causato altri ventimila morti e incalcolati danni economici.

E’ dovere e compito delle forze politiche, di chi governa e di chi si oppone costruttivamente prendere in mano la situazione, assicurare il Paese, le forze produttive, l’opinione pubblica e l’Europa che l’Italia sa cosa fare e come, che non è in balia di una guida solitaria e ondivaga.

Ma Conte non ci sta – replicano da Palazzo Chigi – non accetterà mai di farsi commissariare da Zingaretti, da Di Maio, da Renzi. Conte non ci sta? Ma quando mai! Basterebbe, basterà, che anche un solo, un unico leader della maggioranza si alzi e annunci: “Se Conte non ci sta ci priveremo della sua compagnia” e si vedrebbe che il signor Conte ci sta – eccome se ci sta! – e come d’incanto si comincerebbe a governare un po’ più seriamente.